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Ultim’ora: arrestato a Roma il pericoloso latitante Rossi

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Roma – È durata ventiquattro mesi la latitanza di Mario Rossi, pericoloso boss di Roma, che nella notte è stato assicurato alla giustizia. Non ha opposto alcuna resistenza quando i carabinieri, dopo aver fatto irruzione nel suo covo, lo hanno sorpreso mentre sfogliava una rivista sui metodi di prevenzione delle unghie incarnite.

“Non rispondeva più al telefono”, “Non replicava ai nostri messaggi su WhatsApp nonostante fosse online”. Sono solo un paio delle testimonianze raccolte dai suoi ex amici, i quali si insospettirono improvvisamente quando la madre di lui disse loro che fosse andato in Molise. “C’era qualcosa che non andava – afferma uno di loro -. Nessuno è mai andato in Molise, regione la cui esistenza non risulta nemmeno certificata”. Temevano di perderlo così denunciarono la scomparsa di Mario.

I carabinieri ben presto hanno scoperto che dietro quel nome si nascondeva un enorme giro di affari e di estorsioni legato alla rimozione di antenne e di cavi di collegamento telefonico. La svolta delle indagini è arrivata in seguito alle affermazioni di un pentito: “Il credo della cosca si basa sull’obbligo di non rispondere ad alcun messaggio e a nessuna telefonata. Una mattina diedi il buongiorno a una ragazza che mi piaceva e, in questo modo, finii per tradire i miei soci”.

Le forze dell’ordine, così, sono riuscite ad individuare il bunker del superlatitante che si nascondeva nel sottoscala dimenticato di un colorificio di Roma. Interrogato dai magistrati, Mario Rossi è stato costretto a vuotare il sacco: “Non volevo rispondere a telefono. Chiedevo ai miei amici di non chiamarmi, ma lo facevano lo stesso, quindi cominciai a non rispondere a nessuno. Fu allora che decisi di liberare gli uomini dalla schiavitù del telefonino istituendo un racket finalizzato a diminuire il volume delle telecomunicazioni”. Pesante la condanna del giudice che ingiunge al criminale di richiamare una volta visualizzata la chiamata persa.

 



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